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Linguaggio sanscrito
il sanscrito nello Yoga

Il linguaggio dello yoga: 5 parole in sanscrito più usate

Quando si inizia a praticare per la prima volta yoga, si rimane spesso sorpresi dalla quantità di termini e suoni strani provenienti da una lingua ormai in disuso al nostro tempo: il sanscrito. L’origine di questa lingua è racchiusa nella notte dei tempi, custodita nell’antica India e nelle sacre scritture di un tempo (vedi Patanjali e i suoi Yoga Sutra). Il sanscrito possiede delle vibrazioni che risuonano nella mente dell’individuo generando uno stato di quiete e concentrazione intenso (motivo per il quale tale lingua è ancora usata durante le sessioni di yoga). Le parole in sanscrito possiedono infatti una sottile magia nascosta e la loro efficacia dipende dalla voce che le pronuncia oltre che dall’orecchio di chi si presta ad ascoltare. Spesso i neofiti non fanno caso alla bellezza di queste parole perché sono interessati semplicemente alla pratica e all’efficacia fisica, ma quando si inoltrano maggiormente nel mondo dello yoga capita che sono animati dalla necessità di conoscere il vero significato di ogni termine al fine di rendere la pratica più profonda ed efficace.

Ecco a seguire un piccolo glossario delle parole più diffuse che possiamo sentire durante ogni sessione di yoga.

linguaggio yoga

  1. Pranayama: la parole deriva dal termine prana (respiro, energia vitale) e yama (controllo). Avere il controllo del proprio respiro vuol dire possedere la chiave per una vita equilibrata e una salute rigogliosa. Nello Yogasutra di Patanjali, la parola yama è inoltre il primo di otto punti che accompagnano l’uomo nel suo sentiero verso la liberazione dalla sofferenza. Yama è il primo gradino in cui sostare al fine di conoscere le corrette regole morali e controllare se stessi per limitare i comportamenti dannosi.  Esistono diversi tipi di pranayama usati in differenti tipi di meditazione o di yoga (vedi la tecnica del kapalabhati o la respirazione nadi sodhana). L’importanza del pranayama in una pratica di yoga è cruciale in quanto dal respiro dipende l’allineamento e la centratura dell’individuo nel momento presente. Il suono del respiro è un ottimo antidoto contro la dispersione dell’attenzione e il bombardamento dei pensieri nella mente.
  2. Drishti: quante volte durante una lezione di yoga è capitato di sentire l’insegnante esclamare “fissiamo ad occhi chiuso il centro delle nostre sopracciglia”, “osserviamo la punta del naso”, “focalizziamo l’attenzione alle dita della mano destra”?  Ecco il senso della parola drishti: visione, punto di vista e direzione dell’attenzione. Tale termine è utilizzato nelle classi di yoga al fine di incitare chi pratica a non farsi distrarre da pensieri che non sono utili per abbracciare una giusta concentrazione. Drishti è utile anche per mantenere maggiore equilibrio durante posizioni più avanzate che richiedono stabilità e baricentro.
  3. Bandha: i bandha non sono altro che delle chiusure o serrature energetiche presenti nel nostro corpo. Servono a conservare l’energia per sfruttarla al meglio durante la pratica di yoga e a risvegliare le potenzialità nascoste dentro di noi aumentando la concentrazione. Esistono tre tipi di bandha: mula bandha, uddiyana bandha e jalandhara bandha. Il primo si trova alla nostra radice (vicino l’osso sacro e il pavimento pelvico) e si attiva contraendo il muscolo perineo (se viene complesso, si può immaginare di dover trattenere la pipì); il secondo si trova nell’addome e si attiva contraendo bene i muscoli addominali. Mula e uddiyana costituiscono il centro della nostra energia primordiale e rappresentano un buon blocco da mantenere durante tutta la pratica anche per preservare la zona lombare da possibili infortuni.  Il terzo bandha è situato nei pressi della gola e si attiva in particolari forme di respirazione durante determinati esercizi portando il mento verso lo sterno, contraendo la glottide e bloccando il respiro. Jalandhara è efficace per far salire l’energia pranica su fino alla testa e ossigenare il cervello. I bandha sono essenziali per l’efficacia della nostra pratica in quanto ci consentono di raggiungere l’unione tra corpo e mente e annullare il dualismo esterno (Yoga vuol dire non a caso “unione“).
  4. Asana: posizione comoda e confortevole tenuta a lungo grazie a profondi respiri. Molte persone pensano che lo yoga sia costituito solo da posizioni invece il termine asana è solo uno degli otto punti descritti da Patanjali nel sentiero verso la liberazione. Le posizioni sono un mezzo e non il fine della nostra pratica. Se non siamo equilibrati dentro, non lo saremo neanche fuori nel fisico. La pratica delle posture è importante per liberare il corpo da blocchi emozionali e tensioni che limitano l’individuo nel suo viaggio verso la consapevolezza interiore.
  5. Shanti: pace. Concludiamo il nostro glossario con questo meraviglioso termine. Shanti viene cantato spesso 3 volte alla fine di una sessione di yoga al fine di augurare pace a tutti gli essere viventi sulla terra e ringraziare per la pratica appena svolta. Shanti nella mente, nel cuore e nel corpo.
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▶ Claudia Signorelli

Insegnante di Yoga e Pilates, scrittrice, autrice e blogger scrivo riguardo il benessere olistico, la crescita personale, lo yoga, il pilates e l'alimentazione. Laurea magistrale in Scienze Filosofiche. Fotografa nel tempo libero, mancina e del segno dei pesci, coloro le mie giornate con intuito e creatività.

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